Battista, giovane artista campano di Castel Volturno, irrompe nel panorama musicale con una canzone che sorprende per costruzione, intensità e capacità narrativa. Un incontro casuale su TikTok diventa l'occasione per riscoprire una diversa idea di musica, tra teatro, cinema, tradizione napoletana e nuove forme di racconto.
Nei giorni scorsi, come capita a tanti, sono felicemente incappato in un video su TikTok. E mi ha colpito. Potremmo anche discutere a lungo della capacità positiva dei social di far arrivare nelle nostre vite cose che, prima, forse, non avrebbero nemmeno iniziato il viaggio. Perché ogni tanto, dentro una quantità enorme di rumore, qualcosa che vale riesce ancora a farsi strada.
Era il video di un brano di un giovane artista campano, di Castel Volturno, per intenderci. Sottolineo il luogo perché contestualizzare è importante: una terra che troppo spesso ha avuto una ribalta esclusivamente negativa è anche il luogo dal quale arrivano ragazzi che ce la mettono tutta per raccontare qualcosa di diverso. Lui si chiama Battista.
Nell'immagine ha una scopa in mano, quasi fosse un inserviente di altri tempi. Ma la musica parte ed è scarna, essenziale, quasi un rumore. Poi il testo prende il volo.
Non è rap. Non è trap, e forse possiamo anche ringraziare Dio per questo. Se proprio dobbiamo trovare una collocazione — esercizio che detesto ma che serve al mainstream per capire, catalogare e spesso rincoglionire — direi quasi teatro-canzone. Ma il genere, in fondo, mi interessa poco. Quello che mi ha colpito è la costruzione del brano.
Una porta aperta sulla cultura napoletana
Al primo ascolto, già dalla prima strofa, ho avuto i brividi. E quando succede, credo sia difficile fingere che non significhi qualcosa. Mi sono ritrovato improvvisamente dentro una memoria che appartiene alla mia idea di cultura campana. Il teatro di Enzo Moscato, il cinema di Martone, Capuano, De Lillo e del mio amatissimo Corsicato. I testi di Pino Daniele; le pagine di Peppe Lanzetta, che prima ancora di arrivare al cinema di James Bond e Sorrentino aveva raccontato come pochi la periferia, il degrado, i margini. È come se Battista avesse riaperto una porta.
Non mi interessa entrare nel merito del messaggio del brano. Mi interessa la forma attraverso la quale quel messaggio arriva. Dopo anni di ripetute banalità, mi sono ritrovato nelle orecchie un'altra possibilità di dire, raccontare, persino gridare quello che ancora c'è e che, nonostante tutto, continuerà ad esserci. Ma con una modalità figlia di questi anni.
Ed è proprio per questo che faccio fatica anche a mettere Battista dentro paragoni che, a mio avviso, non gli servono. Penso a Geolier, del quale ho già scritto riconoscendone creatività, capacità, talento e un seguito che nessuno può mettere in discussione. Ma una cosa è il successo, un'altra è l'originalità. E io credo che Battista, almeno per quello che ho ascoltato, rappresenti proprio questo: la novità. Quel momento ormai raro nel quale ascolti qualcosa e ti viene spontaneo dire: wow.
Una scuola antica per una musica nuova
Una novità che, paradossalmente, affonda le proprie radici in una scuola antichissima e mai dichiarata: Di Giacomo, De Filippo, Carosone, Pino Daniele e, attraverso percorsi diversi, tutto ciò che è venuto dopo. Una scuola senza regolamenti e senza maestri ufficiali, costruita sulla parola, sulla musica, sul teatro, sulla strada e sulla capacità tutta napoletana di trasformare una storia locale in qualcosa di universale. Non so se Battista saprà dare seguito a questa sensazione. Lo spero.
Ma intanto ha fatto una cosa che non è affatto scontata: ha squarciato, almeno per me, una parte della musica contemporanea che sembrava ormai ricoperta dalla muffa della banalità e dell'ovvio.
E poco mi interessa sapere se sia un prodotto dell'industria discografica, come qualcuno sostiene in questi giorni. Così come non mi interessa che Saviano o Marracash abbiano parlato bene di lui. Un artista non dovrebbe diventare interessante perché “lo dicono pure loro”. Dovrebbe esserlo perché qualcuno lo ascolta e sente qualcosa. Io l'ho sentito.
La storia dietro la canzone Battista
Di Battista sappiamo ancora poco, e francamente mi interessa relativamente conoscere la sua vita privata. Sappiamo che il suo vero nome è Andrea Parisi e che il brano si chiama, appunto, “Battista”.
La storia raccontata è quella di una gravidanza nella quale un medico segnala ai genitori la possibilità concreta che il bambino possa nascere con la sindrome di Down e suggerisce quindi l'interruzione della gravidanza. I genitori, però, decidono di non farlo. Si affidano a Dio e scelgono di far nascere quel bambino. Solo dopo la nascita scopriranno che quella diagnosi, o quella previsione, era sbagliata. Ed è qui che medicina, religione e tradizione diventano materia narrativa.
Le zampogne, quasi natalizie, accompagnano una nascita che è anche una rinascita. La musica sembra un controcampo cinematografico, mentre la voce costruisce una litania, una preghiera, una storia che diventa ritornello. Nessun fronzolo. Nessuna sovrastruttura. Quasi un racconto-testamento. Battista infrange qualche regola. E vivaddio. E nel farlo dà alla luce una canzone che è contemporaneamente cinema, teatro, racconto, ascolto e visione.
Quando una canzone riesce ancora a farci fermare
Poi, se vogliamo, dentro questa storia c'è anche un tema politico e sociale enorme: l'aborto, una delle questioni che in questo Paese, quello del Papa, continuano a produrre discussioni e contrapposizioni. Ma non è questo il punto per cui ne scrivo. Ne scrivo perché una canzone mi ha fatto fermare. E non succede spesso.
Battista è nato. E, in qualche modo, è rinato anche attraverso questa canzone. Mi piace pensare che Pino Daniele, da qualche parte, si stia gustando la scena. E magari stia pensando che no, forse no: tutto quello che ha creato non è finito. Qualcosa continua. Non necessariamente copiandolo. Ma ritrovando quella stessa capacità di trasformare una terra, una lingua, una storia e le sue contraddizioni in qualcosa che riesce ancora a farci sobbalzare sulla sedia.












