Il viaggio del legno dalle foreste secolari svedesi fino alla filiera dei mobili Ikea: interrogativi sulla sostenibilità. Da dove arriva il legno che entra nelle nostre case? L'indagine di Greenpeace
Ogni mobile racconta una storia, anche quando resta nascosta dietro una bellissima scrivania, una libreria montata allegramente in famiglia in un pomeriggio domenicale, o un comodissimo tavolo per la vostra cucina. Il legno porta con sé un percorso che comincia molto prima di arrivare a casa vostra. Tra la vostra libreria e il negozio dove l’avete acquistata c'è una foresta, ci sono alberi cresciuti per decenni, strade percorse dai camion, segherie, stabilimenti e una rete di fornitori che attraversa territori e confini. Eppure, davanti a un prezzo conveniente, quella storia raramente entra nella scelta di chi acquista, perché, di questi tempi, il portafogli piange un po' per tutti e se possiamo risparmiare, l’anima ecologista la facciamo tacere.
La questione diventa ancora più importante quando il legno proviene da ecosistemi antichi, dove il valore di una foresta supera di gran lunga la quantità di materia prima che può offrire. Una foresta secolare custodisce habitat costruiti nel tempo, ospita specie animali e vegetali e contribuisce a un equilibrio che nessuna semplice piantumazione può ricreare in pochi anni.
Cosa accade, allora, quando una materia prima destinata agli oggetti della vita quotidiana arriva da prorpio da quei luoghi secolari che avrebbero bisogno di maggiore tutela?
Il viaggio invisibile dietro un mobile
È una domanda che riguarda il nostro modo di consumare, o meglio, riguarda la società occidentale e il suo consolidato – ma non necessariamente vincente – concetto di consumismo e di globalizzazione. Concetto che chiama in causa le grandi aziende, e alla necessità che le stesse conoscano fino in fondo ciò che accade lungo le proprie filiere. La sostenibilità, del resto, non può fermarsi al prodotto finito o a una promessa stampata su un catalogo. Vive nelle scelte compiute all'origine, nei controlli sui fornitori e nella capacità di rendere trasparente un percorso spesso invisibile.
È questo il focus della nuova indagine di Greenpeace Nordic. L'organizzazione ha seguito il percorso di alcuni tronchi abbattuti nel nord della Svezia, ricostruendo una filiera che, secondo quanto documentato nell'inchiesta, conduce fino alla produzione di mobili Ikea. Un viaggio che riporta al centro una domanda semplice e tutt'altro che marginale: quanto sappiamo davvero dell'origine degli oggetti che scegliamo di portare nelle nostre case?
Otto tronchi e una filiera da ricostruire
Per capire dove finisce il legno dopo l'abbattimento, Greenpeace Nordic ha scelto di seguirne fisicamente il percorso. Durante la primavera del 2026, gli investigatori hanno collocato dispositivi di tracciamento su tronchi provenienti da otto aree forestali disboscate nel nord della Svezia. Sei di queste si trovavano nel Norrbotten, le altre due nella regione del Västernorrland. Da quel momento, è iniziato un viaggio attraverso una filiera che, per sua natura, resta quasi sempre lontana dallo sguardo dei consumatori.
Secondo la ricostruzione dell'organizzazione ambientalista, i tronchi hanno raggiunto due segherie di proprietà della società forestale SCA: Munksund, a Piteå, e Bollstabruk. Greenpeace ha poi incrociato informazioni aziendali, registri commerciali, etichette dei prodotti e sopralluoghi sul campo per ricostruire i passaggi successivi della catena. Il legno lavorato a Munksund risulta collegato a Hedlunda, azienda che produce gli scaffali IVAR per Ikea. Dall'altra segheria, la ricerca descrive invece una filiera che arriva a TräTeam, produttore degli scaffali HEJNE.
L'inchiesta documenta una grave falla nei controlli della filiera del colosso svedese. Il legno tracciato proviene infatti da "foreste di continuità", ecosistemi vulnerabili che finora non avevano mai subìto disboscamenti e le cui complesse reti di habitat creano condizioni ottimali per la biodiversità, impossibili da riprodurre piantando nuovi alberi.
Il punto centrale dell'inchiesta riguarda proprio questa continuità: un tronco abbattuto in una determinata area forestale può entrare in un sistema produttivo molto più ampio, dove la materia prima viene trasformata, mescolata e distribuita attraverso diversi soggetti. Greenpeace sostiene che la propria indagine evidenzia una falla nei controlli della catena di approvvigionamento di Ikea.
La questione, però, supera il singolo percorso di otto alberi. Quei dispositivi di tracciamento sollevano un interrogativo più grande: fino a che punto un'azienda può conoscere l'origine delle materie prime che utilizza?
In un mercato globale, la trasparenza della filiera rappresenta una promessa sempre più frequente. La vera sfida comincia quando quella promessa deve seguire il materiale fino al luogo in cui la sua storia ha avuto inizio.
Una foresta non si ricostruisce piantando qualche albero
Nel dibattito sulla gestione delle foreste c'è una differenza che merita attenzione: un insieme di alberi non coincide necessariamente con una foresta. Le cosiddette foreste di continuità, al centro dell'indagine di Greenpeace Nordic, raccontano proprio questa distanza. Si tratta di aree rimaste coperte da alberi per lunghi periodi e che non hanno subito il taglio raso tipico della gestione forestale moderna. Nel tempo, questi luoghi hanno sviluppato una rete complessa di habitat, relazioni e condizioni ambientali.
Mentre un albero giovane può crescere, una foresta antica porta con sé una storia molto più lunga. Nel legno morto, nel suolo, nelle cavità degli alberi più vecchi e nelle diverse fasi della vegetazione trovano spazio specie che dipendono da equilibri costruiti lentamente. Quando quell'ambiente viene cancellato, la perdita riguarda, per logica conseguenza, qualcosa che non si rimpiazza semplicemente contando quanti nuovi alberi verranno piantati.
A tal proposito, l'organizzazione sostiene che le foreste di continuità offrono condizioni particolarmente favorevoli alla biodiversità e che questi ecosistemi non possono essere sostituiti da nuove piantagioni. Anche la questione della definizione e della classificazione delle singole aree resta però centrale nel confronto: il Forest Stewardship Council ha sottolineato, commentando l'inchiesta, che le prove presentate meritano ulteriori verifiche e che le diverse classificazioni delle foreste di continuità richiedono valutazioni specifiche.
Dietro questa discussione tecnica si nasconde una domanda concreta: che cosa significa davvero compensare la perdita di una foresta? Piantare nuovi alberi rappresenta un'azione importante, ma il tempo necessario a ricostruire un ecosistema complesso non si può comprimere in una campagna di riforestazione.
Forse è proprio in questa riflessione che la parola sostenibilità dovrebbe recuperare il suo significato più profondo: guardare oltre il numero degli alberi e considerare la vita che una foresta riesce a custodire, generazione dopo generazione.

Le foreste, le renne e i diritti del popolo Sámi
Nella narrazione della storia che abbiamo cominciato all’inizio di questo articolo, non ci sono solo alberi, segherie e mobili ma, come in ogni storia che si rispetti, ci sono anche i personaggi: uomini e animali. Nelle foreste del nord della Svezia si muovono anche le renne e, insieme a loro, una parte essenziale della vita e della cultura delle comunità Sámi. Per chi pratica l'allevamento tradizionale delle renne, il bosco rappresenta un ambiente vitale perché offre pascoli, percorsi e condizioni necessarie alla sopravvivenza degli animali durante le diverse stagioni.
Tra le comunità coinvolte nel dibattito figura Ohredahke, i cui territori si estendono tra diverse aree della Svezia centrale e settentrionale. Secondo Greenpeace e la stessa comunità Sámi, il rapporto con la società forestale SCA è diventato negli ultimi anni sempre più conflittuale. Il nodo riguarda le attività di disboscamento in aree considerate fondamentali per il pascolo delle renne, attività che si sono svolte senza alcuna consultazione preventiva né il consenso della comunità escludendo, di fatto, la popolazione dalle decisioni che riguardano i loro territori.
Nel 2025 Ohredahke ha ritirato il proprio consenso alle attività di taglio in alcune delle aree centrali per l'allevamento delle renne. Greenpeace ha denunciato la prosecuzione di alcune operazioni, mentre SCA ha contestato le accuse e ha difeso il proprio operato, sostenendo di rispettare gli standard previsti per la gestione forestale. Un confronto che non è ancora affatto finito, mettendo in luce quanto possa essere complesso il rapporto tra industria, ambiente e diritti delle popolazioni indigene.
Perché la responsabilità della filiera coinvolge l’Ikea?
C'è una domanda che attraversa l'intera vicenda: chi decide quale valore attribuire a una foresta? Se per un'azienda può rappresentare una risorsa economica, per una comunità indigena può significare continuità culturale, lavoro e futuro e, non memo importante, per la biodiversità è un habitat costruito nel corso di generazioni.
Quando questi interessi si incontrano, la trasparenza della filiera assume un significato ancora più ampio. Conoscere l'origine del legno, soprattutto per chi lo commercia, significa anche conoscere il territorio da cui proviene e ascoltare le persone che quel territorio lo abitano e lo custodiscono da sempre, proprio per non rendersi complici di danni ambientali irreversibili.
«Dovrebbe essere ovvio che il legno proveniente da ecosistemi unici e di grande valore naturalistico non dovrebbe essere usato per fabbricare mobili, ma le nostre indagini stanno svelando che Ikea non rispetta gli impegni di sostenibilità», dichiara Martina Borghi, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia. «Ikea deve assumersi le proprie responsabilità, chiedendo ai propri fornitori di escludere dalle filiere il legno proveniente da foreste che necessitano di protezione».

Dalla Svezia ai Carpazi: la sostenibilità delle filiere sotto esame
La vicenda svedese si inserisce in un quadro europeo più ampio, nel quale la provenienza del legno e le modalità di gestione delle foreste stanno diventando temi centrali per il futuro dell'industria del mobile. Greenpeace aveva già acceso i riflettori sui fornitori di Ikea con un'indagine condotta nei Carpazi, in Romania, pubblicata nell'ottobre 2026. Al centro della ricostruzione figura un'area boschiva nei pressi di Rusca Montană, all'interno di un territorio Natura 2000, dove l'organizzazione ha documentato il taglio di una foresta naturale con alberi di circa 170 anni.
Secondo Greenpeace Romania, quella superficie figurava tra le aree individuate per una possibile protezione rigorosa. Il disboscamento è avvenuto prima che le misure di tutela entrassero in vigore e, successivamente, l'area interessata è stata esclusa dalla proposta di protezione.
Gli investigatori hanno seguito il legname attraverso i documenti di trasporto fino a un deposito che rifornisce Masifpanel, azienda produttrice di articoli destinati a Ikea, tra cui il famoso sgabello da cucina BEKVÄM e il lettino per bambini SNIGLAR, molto gettonati anche in Italia.
Le due indagini, quella svedese e quella rumena, descrivono scenari differenti, accomunati dalla difficoltà di garantire una tutela efficace agli ecosistemi forestali lungo tutta la catena produttiva. Nel caso rumeno, Greenpeace ha inoltre contestato le modalità operative del disboscamento e la perdita di habitat, mentre Ikea ha sostenuto che le attività fossero autorizzate secondo la normativa locale e gli standard FSC. L'azienda ha anche annunciato verifiche sulla rigenerazione dell'area insieme agli esperti coinvolti.
Il confronto dimostra quanto sia complesso valutare la sostenibilità di una filiera internazionale. Le autorizzazioni, le certificazioni, i controlli dei fornitori e la protezione effettiva degli habitat rappresentano livelli diversi di responsabilità.
La storia che scegliamo di conoscere
Certamente questo articolo non fermerà la vostra gita domenicale all’Ikea ma la speranza è che, quando arriverete davanti a quella scrivania, libreria o tavolino di cui avete bisogno, abbiate consapevolezza di cosa state acquistando, o per lo meno, che vi chiediate. Da dove arriva il legno? Quale storia porta con sé? E quanto siamo disposti a conoscere prima di considerare davvero sostenibile ciò che acquistiamo?
L'inchiesta di Greenpeace riporta queste domande al centro del dibattito e chiama in causa un sistema produttivo che coinvolge aziende, fornitori, istituzioni e consumatori. La risposta al problema della tutela delle foreste richiede trasparenza, controlli efficaci e scelte capaci di guardare oltre il prodotto finito.
Per questo motivo Greenpeace chiede a Ikea di interrompere immediatamente l'approvvigionamento di legname proveniente da ecosistemi che necessitano di essere protetti in modo rigoroso, verificando e imponendo questo standard lungo l'intera catena di fornitura globale.
Una libreria, un tavolo o un lettino possono sembrare oggetti semplici, parte della quotidianità. Prima di arrivare nelle nostre case, però, hanno attraversato una filiera lunga e complessa, iniziata molto lontano da noi. In alcuni casi, quella storia può cominciare nel cuore di una foresta che ha impiegato generazioni per diventare ciò che è.
Conoscere quel percorso rappresenta il primo passo per chiedere maggiore responsabilità a chi produce e vende. Perché la sostenibilità acquista valore quando riesce a raccontare anche ciò che accade all'origine. E forse il futuro delle foreste dipenderà anche da una domanda che dovremmo imparare a porci più spesso: che cosa c'era prima che quel mobile arrivasse a casa nostra?












