Il documentario vincitore del Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia registra più di 400mila spettatori nelle sale italiane in 7 giorni e… menomale! Ma non fermatevi.
Cominciamo proprio da qui, cominciamo con lo spiegare il titolo del documentario diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor: NAZA.
NAZA è una parola che racchiude uno dei concetti più inquietanti della guerra moderna, quello della vittima collaterale.
il termine NAZA, infatti, viene utilizzato dai soldati israeliani per descrivere quelle persone innocenti che, nella logica di un'operazione militare, vengono considerate un prezzo “accettabile” da pagare per raggiungere un determinato obiettivo.
Essere una vittima collaterale significa, in sostanza, essere una vita sacrificabile.
Ma spieghiamolo con un esempio più crudo ed immediato: se i militari israeliani deducono che all’interno di una palazzina piena di civili innocenti sia nascosto un membro di Hamas, quell’edificio può essere tranquillamente bombardato e raso al suolo da un drone pilotato da remoto. Non importa se in quell’edificio di 7 piani con 6 appartamenti per piano ci siano intere famiglie composte da uomini, donne, bambini, neonati e anziani… sono tutti sacrificabili. Ecco, quelle povere vittime sono dei NAZA.
Ed è proprio da questa idea che nasce la riflessione più profonda: cosa succede quando l'essere umano smette di essere considerato una persona e viene trasformato in un numero?
Se un esercito ritiene che all'interno di un edificio si trovi un membro di un'organizzazione nemica, cosa accade quando, invece di cercare altre soluzioni, quell'edificio viene comunque considerato un obiettivo, nonostante al suo interno vivano famiglie, bambini, donne e uomini che non hanno alcun ruolo nel conflitto?
È questo il punto più difficile da accettare, il momento in cui una vita innocente viene inserita in un calcolo, il momento in cui qualcuno decide che delle persone possono essere sacrificate.
Le testimonianze degli ex soldati israeliani
Sono andato a vedere NAZA con consapevolezza, sapevo che avrei visto qualcosa di struggente.
Non voglio scrivere una recensione del film, perché credo che questo documentario non richieda di essere valutato dal punto di vista tecnico e/o cinematografico. Chiede di essere visto e di essere ascoltato.
NAZA raccoglie le testimonianze di ex soldati dell'esercito israeliano: le loro identità sono protette, i volti non sono visibili e le voci naturalmente modificate. In sostanza si tratta di interviste.
Sotto il cielo notturno di Tel Aviv, mentre la città fa il suo corso, gli intervistati raccontano dettagliatamente le operazioni militari a cui hanno partecipato, spiegando come eseguivano gli ordini e descrivendo attacchi condotti attraverso sistemi tecnologici e droni.
Secondo le testimonianze raccolte nel documentario, questi attacchi hanno coinvolto anche edifici dove erano presenti civili innocenti.
Per chi è abituato a vedere documentari sulla guerra, il racconto dell'esistenza di atrocità non rappresenta purtroppo una sorpresa, perché la guerra, nella sua natura più profonda, è proprio questo: un sistema nel quale gli esseri umani vengono addestrati a eseguire ordini, annientando il proprio giudizio morale.
Non è stata quindi la freddezza con cui gli ex soldati raccontano le proprie esperienze a colpirmi maggiormente. Quella freddezza, per quanto pericolosa e terribile, è quasi una conseguenza del meccanismo stesso della guerra.
Se chi combatte si fermasse a percepire fino in fondo il peso umano delle proprie azioni, probabilmente non esisterebbero guerre.
Quando uccidere diventa premere un pulsante
La parte di NAZA che mi ha fatto maggiormente riflettere riguarda però un altro aspetto: la distanza.
Gli ex soldati raccontano il funzionamento dei sistemi tecnologici utilizzati durante le operazioni con i droni e, secondo quanto viene raccontato nel documentario, questi strumenti permettevano anche di intercettare le comunicazioni delle persone presenti negli edifici che di lì a poco sarebbero stati rasi al suolo.
La possibilità di ascoltare gli ultimi momenti di vita di quelle persone: una famiglia che parla, un bambino che gioca, un neonato che piange, qualcuno che cucina, una conversazione qualsiasi… la normalità prima della distruzione.
La cosa più inquietante non è soltanto il fatto che un edificio possa essere distrutto premendo un singolo pulsante, ma è la consapevolezza che chi si trovava davanti allo schermo poteva sapere che dall'altra parte non c'erano semplicemente coordinate su una mappa, c'erano persone vive, civili totalmente innocenti.
Eppure, la strage veniva compiuta ugualmente.
Naza, la guerra vista attraverso uno schermo
NAZA racconta anche la trasformazione della guerra attraverso la tecnologia.
Un tempo il soldato aveva davanti a sé il campo di battaglia, aveva una percezione fisica dello scontro perché era lì, sul posto. Oggi sempre più spesso la guerra passa attraverso un monitor.
Uno schermo crea distanza, il filtro di uno schermo rende estremamente più semplice separarsi dalle conseguenze delle proprie azioni ed ecco che uccidere chiunque diventa “più semplice”.
Nel documentario viene evocato anche il paragone con un videogioco perché per loro era esattamente così. La guerra moderna ha trasformato la morte in un'azione astratta.
Durante il film viene inoltre mostrato come agli ex soldati siano stati chiesti dettagli sui sistemi utilizzati per individuare gli obiettivi e condurre gli attacchi. Le spiegazioni fornite e i disegni fatti sono estremamente dettagliati e contribuiscono a rendere ancora più concreta la narrazione proposta dal documentario stesso.
Ma naturalmente NAZA è stato anche criticato.
I primi appigli dei detrattori, chiaramente, sono il contestare il fatto che le identità degli intervistati non siano verificabili pubblicamente proprio perché protette dall'anonimato così mettendo in dubbio le fonti, aggiungendo poi che all’interno del documentario non c’è alcun contraddittorio. In poche parole è tutto pro Palestina. Per quanto per me queste siano enormi stronzate devo dire - per amor del vero - che questo è un elemento che ogni spettatore deve considerare.
Allo stesso tempo però, è comprensibile che persone che raccontano esperienze così scioccanti e segrete scelgano di nascondersi e non esporsi pubblicamente perché corrono degli enormi rischi, tipo: essere uccisi immediatamente.
Alla fine, come sempre davanti a un documentario, spetta allo spettatore ascoltare, analizzare e formarsi una propria opinione.
La responsabilità di chi guarda
Il problema più grande che emerge da NAZA non riguarda soltanto chi preme quei pulsanti, ma riguarda anche chi osserva.
Perché viviamo in un'epoca nella quale le tragedie arrivano continuamente davanti ai nostri occhi, seppure filtrate: vediamo immagini, leggiamo notizie, ascoltiamo testimonianze, ci indigniamo e dopo 24 ore tutto passato. Continuiamo le nostre vite.
Il mondo continua a funzionare mentre altrove (spesso lontano da noi) qualcuno continua a morire.
È una delle sensazioni più difficili da accettare e da ammettere: essere spettatori di eventi enormi decisi da persone molto più potenti e distantissime da noi.
La sensazione che ho è che se un giorno qualcuno decidesse che anche io/noi rappresentiamo un ostacolo o un bersaglio, verrebbero costruite tranquillamente delle narrazioni per giustificare ciò che accade.
Si parlerebbe di sicurezza, di necessità, di obiettivi militari… le vittime diventerebbero statistiche.
Quando la politica diventa tifo
Un'altra riflessione che mi ha accompagnato dopo la visione riguarda il modo in cui oggi affrontiamo la politica.
Ora più che mai la percepisco come una questione e forma di tifo, esattamente come allo stadio. Ci sono squadre e leader da difendere e giustificare pur sapendo – sotto sotto - che spesso c’ingozzano e soffocano di menzogne e dichiarazioni ridicole nonostante gli importanti ruoli istituzionali che ricoprono. Gli lasciamo passare tutto.
Ci sono sempre colori, direzioni e leader da difendere a prescindere. Ma quando si parla di vite umane, questa logica diventa pericolosa.
Mi riesce difficile pensare che i governi e i più grandi leader internazionali non siano consapevoli di ciò che accade a Gaza e di come funzionano le dinamiche militari. Viviamo in un tempo nel quale informazioni, immagini, reportage e testimonianze sono accessibili a tutti, persino a noi.
Eppure spesso prevalgono gli interessi politici, gli equilibri internazionali e la necessità di non mettere in discussione rapporti di potere.
Non so quali siano tutte le risposte, so però che questa situazione mi lascia una profonda sensazione d’impotenza.
Il silenzio della sala cinematografica
La parte che mi porterò dentro più a lungo, però, arriva alla fine del film.
Le ultime immagini di NAZA sono difficili da digerire, seguite dai titoli di coda nel silenzio totale. La sala è rimasta immobile e nessuno aveva voglia o aveva il coraggio di spezzare quel momento.
Quando le luci si sono accese lentamente e abbiamo iniziato a uscire, ho avuto una sensazione strana, ho pensato che quella sala cinematografica era la rappresentazione di ciò che sta accadendo a Gaza. Le persone muoiono e noi che viviamo nella parte “fortunata” del mondo osserviamo in silenzio e riparati dal filtro di uno schermo/smartphone.
Davanti ai nostri occhi scorrevano immagini di persone che morivano, famiglie distrutte, bambini uccisi, gente che scavava nella totale disperazione tra le macerie cercando di salvare l’insalvabile, esseri umani che non c’entravano nulla con tutto ciò… e noi potevamo soltanto guardare.
In quel momento ho capito che quella non era una sala cinematografica, era il mondo.
Anche fuori da lì, noi, siamo spettatori.
Ogni giorno accendiamo il telefono, guardiamo un video, scorriamo una fotografia, leggiamo il numero delle vittime, e mettiamo like. Ascoltiamo le dichiarazioni dei pagliacci di turno e poi continuiamo la nostra giornata con la percezione e l’amara consapevolezza che non siamo noi a decidere quando cambiare le cose anche se continuano ad illuderci che in realtà possiamo.
Io tutte queste guerre e quelle sofferenze non le voglio, eppure esistono.
Forse è proprio questa la sensazione più devastante lasciata da NAZA.
Vedete NAZA, è importante, se non avete fatto in tempo o non riuscite a vederlo nelle sale cinematografiche sappiate che da novembre sarà gratis online sul sito del Guardian.
Immagine di copertina: screenshot dal video all'interno dell'articolo












